Quando pensiamo agli imperatori romani, la mente corre subito agli sfarzi teatrali di Nerone, alla follia tragica di Caligola o alla maestosità solenne di Augusto. C’è stato però un uomo che ha salvato Roma dal collasso totale senza alcuna pretesa di discendenza divina: Tito Flavio Vespasiano.
Pragmatico, schietto e dotato di un’ironia tagliente, Vespasiano ha lasciato un segno indelebile nella storia, nell’architettura monumentale e persino nel vocabolario quotidiano italiano.
Dalla Gavetta al Trono: L’Anno dei Quattro Imperatori
Nato vicino a Rieti in una modesta famiglia dell’ordine equestre, Vespasiano era un soldato di razza. Niente intrighi di corte dorati: si fece le ossa sul campo di battaglia, guidando con successo le legioni durante la conquista romana della Britannia e reprimendo con pugno di ferro le rivolte in Giudea.
Il punto di svolta arrivò nel 69 d.C., passato alla storia come il sanguinoso “anno dei quattro imperatori”. Dopo la morte di Nerone, Roma precipitò in una guerra civile devastante: tre imperatori (Galba, Otone e Vitellio) si susseguirono e caddero in una manciata di mesi. Furono le legioni d’Oriente a proclamare Vespasiano imperatore. Giunto a Roma con la forza del realismo militare, inaugurò la dinastia Flavia e riportò stabilità a un impero sull’orlo della bancarotta.
Grandi Opere e Casse Vuote: La Nascita del Colosseo
Nerone aveva lasciato Roma devastata dal debito e un palazzo immenso, la Domus Aurea, simbolo dell’egoismo imperiale. Vespasiano ribaltò completamente la prospettiva:
Restituì gli spazi sottratti da Nerone al popolo romano.
Bonificò il lago artificiale della Domus Aurea per avviare la costruzione del più grandioso anfiteatro della storia antica: l’Anfiteatro Flavio, che noi tutti oggi conosciamo come il Colosseo.
Per finanziare la ricostruzione di Roma e risanare il bilancio pubblico, serviva però molto denaro. Ed è qui che emerge il suo proverbiale pragmatismo fiscale.
La Tassa sull’Urina e il Mito di “Pecunia Non Olet”
A Roma l’urina non era un semplice rifiuto: ricca di ammoniaca, costituiva una materia prima essenziale per i fullones (i lavandai e tintori romani), che la utilizzavano nei loro bacini per lavare e sgrassare le toghe di lana.
Per recuperarla, venivano posizionati per strada vasi e recipienti dove i cittadini potevano urinare liberamente. Vespasiano decise quindi di tassare la raccolta di questo liquido prezioso.
La decisione fece storcere il naso a molti, compreso suo figlio Tito, che considerava indegno per un imperatore arricchirsi con un tributo del genere. Lo storico Svetonio racconta che Vespasiano prese una moneta d’oro proveniente dai primi incassi della tassa, gliela mise sotto il naso e gli chiese:
“Ti dà fastidio questo odore?”
Al no del figlio, Vespasiano rispose:
“Atqui e lotio est” (“Eppure viene dall’urina”).Da questo celebre aneddoto è nato il motto immortale “Pecunia non olet” (il denaro non ha odore): qualunque sia la fonte, il valore del denaro resta intatto.
L’Eredità Moderna: Perché Diciamo “Vespasiano”?
In Francia e in Italia, il nome dell’imperatore è rimasto indissolubilmente legato all’igiene urbana. Quando nella metà dell’Ottocento vennero installati a Parigi e poi nelle città italiane i primi orinatoi pubblici a colonna lungo le strade, presero popolarmente il nome di vespasiani (vespasiennes in francese), proprio in ricordo dell’imperatore che aveva trasformato i bisogni fisiologici in una risorsa per lo Stato.
Vespasiano mantenne il suo spirito ironico fino all’ultimo secondo. Sentendosi morire nel 79 d.C. a causa di una grave diarrea, pronunciò prima di spirare:
«Vae, puto deus fio!» («Ahimè, mi sa che sto diventando un dio!»), prendendosi beffa del culto imperiale che divinizzava i sovrani dopo la morte.
